Womenomics, economia al femminile

by Francesca on 8 marzo 2010

Post image for Womenomics, economia al femminile

Dimentichiamoci le quote rosa: le donne oggi pretendono ben altro. Le recriminazioni femministe hanno lasciato il passo a un approccio meno ideologico e più concreto e, come spesso accade, il vento del cambiamento soffia dall’Atlantico. Da tempo infatti negli Stati Uniti la questione femminile non è una raccolta di piagnistei, ma terreno di opportunità. Ha cominciato quattro anni fa l’ «Economist» coniando il termine “womenomics”, sintesi tra women, donne, ed economia, ad indicare un nuovo e più produttivo approccio al lavoro che a un modello maschile gerarchico e basato sul presenzialismo ad oltranza sostituisce la flessibilità, il gioco di squadra, una leadership orizzontale (ma non per questo meno forte).

All’indomani della crisi economica del 2009, la womenomic rappresenta «la silenziosa rivoluzione del mondo ricco» (citiamo ancora l’«Economist», primo numero di quest’anno) e i dati lo confermano: negli Stati Uniti le donne rappresentano ormai il 50% della forza lavoro (il 46% in Europa) e le aziende americane che meglio hanno affrontato il crollo delle borse hanno una preponderanza di manager con la gonna. Sempre meno timidamente se ne discute anche da noi. Ha cominciato il web, con l’intelligente sito , e in questi giorni escono, finalmente tradotti in Italia, due libri sull’argomento, già besteller mondiali: il saggio «Rivoluzione Womenomics» (ilSole-24 ore Libri) scritto dall’economista Avivah Wittemberg-Cox e dalla giornalista finanziata Alison Maitland che ha come sottotitolo esplicito «perché le donne sono il motore dell’economia» e il manuale «Womenomics» di Claire Shipman e Katty Kay, volti noti del giornalismo televisivo a stelle e strisce che spiegano come «lavorare meglio, non di più», senza dimenticarsi della propria vita privata.

Gli economisti, si sa, sono gente poco sentimentale: se hanno cominciato a guardare alle donne manager non come a panda da proteggere ma come opportunità da valorizzare è perché è stato dimostrato, anche dolorosamente durante la crisi, che in azienda un miglior equilibrio di genere a tutti i livelli, specie ai vertici, porta a risultati migliori. In una parola: amplifica la produttività. Wittemberg-Cox e Maitland auspicano nelle aziende il “bilinguismo di genere”, espressione solo all’apparenza complicata che intende non l’assunzione (magari in quote stabilite, dunque senza meritocrazia) di più donne, ma una leadership di uomini e donne capaci di collaborare a pari livello, per un capitalismo più sano, equo e sicuro (è stato dimostrato da varie ricerche post-bolla finanziaria che la propensione femminile al rischio delle donne è di molto inferiore a quella maschile). Esempi di riuscite applicazioni della womenomics in America non mancano: dalla Wal-Mart, alla Sun Microsystem, passando per Pepsi.

In Italia questa “rivoluzione rosa” deve ancora toccare i gangli del sistema economico: sono ancora troppo poche (13%) le dirigenti d’azienda, è scarsa (6%) la presenza femminile nei consigli di amministrazione, senza dimenticare che quasi il 30% delle donne italiane lascia il lavoro dopo la nascita del primo figlio, percentuale spaventosa che ci pone agli ultimi posti in Europa. Vi sono tuttavia delle eccezioni: politiche di conciliazione sono state attuate in varie multinazionali (alla San Pellegrino-Nestlé, ad esempio, con orari flessibili, part-time e telelavoro anche per le dirigenti) e buone notizie arrivano da Poste Italiane dove i direttori di filiale sfiorano quota 60%. Da segnalare che è on line da oggi Moms@Work , progetto di Gi Group coordinato da Cecilia Spanu e Anna Zavaritt, un “ufficio di collocamento” sul web per mamme manager che vogliono tornare in azienda, ma alle loro condizioni (orari flessibili in primis). Perché ciò che le donne oggi vogliono davvero è quello che in America chiamano il “nuovo tutto”: famiglia, carriera, tempo libero. La buona notizia – lo dicono gli economisti, non è un gioco di parole – è che questo “nuovo tutto” conviene a tutti, aziende comprese.

Ecco il mio DonneWomenomics uscito sabato sul Giornale, con commento dell’avvocato Annamaria Bernardini de Pace

Immagine di Wonderlane

Francesca 8 marzo 2010 alle 14:24

Altre due notizie, per rifletterere sull’8 marzo:
Abbiamo la prima “Lady Oscar” (la Bigelow si è aggiudicata 6 statuette con “The hurt locker”, film dal tema “maschile”, sulla guerra in Iraq)
e se volete un commento controcorrente, leggete qui: http://www.marinagersony.com/2010/03/l8-marzo-il-direttore-raffinato-e-il-quotidiano-della-gnocca/

Marina 8 marzo 2010 alle 16:22

Francesca, condivido il tuo pensiero. Consapevolezza, azione, squadra e solidarietà. Aggiungo: gentilezza, sincerità, assunzione di responsabilità e progettualità. Riguardo al resto non mi illudo: non credo che le donne siano migliori o peggiori degli uomini, penso che siano semplicemente degli esseri umani volti al bene piuttosto che al male (e viceversa) a seconda dei casi e delle situazioni che stanno vivendo. Per il resto, se gli uomini continuano a tener banco nei posti di comando è perché noi lo permettiamo. Non sono una veggente, ma ho la sensazione che le donne italiane si stiano svegliando. In bilico l’epoca delle veline e delle igieniste dentali, riacquistano forza i miti della matriarche bibliche (Rachele, Sara ecc) e delle argute Sherazade che mescolano femminilità, saggezza, lungimiranza e strategia. In fondo, i modelli femminili vincenti ci sono sempre stati. Siamo noi che non sempre li abbiamo voluti vedere…. Complimenti per i tuoi articoli, sempre incisivi, stimolanti e che fannio riflettere. Marina

Patrizia 9 marzo 2010 alle 13:13

Grazie Francesca, un bell’articolo su una realtà che speriamo davvero stia per cambiare.
Serve sicuramente parlarne e portare ad esempio i modelli di altri paesi dove lo spazio dato alle donne con un occhio alla “flessibilità” ha portato buoni risultati. Ma si sa, per noi in Italia tutto è più difficile, è un fatto culturale.
Continuiamo su questa strada – tutto quello di cui si parla ultimamente inerente alle donne e al loro spazio nel mondo del lavoro è un segnale più che positivo.
Patrizia

Francesca 9 marzo 2010 alle 15:44

Forse davvero le cose stanno cambiando. Credo che in questo la Rete, se ben usata, possa essere un prezioso alleato per noi. Come dice Marina, di modelli femminili adattti per sconfiggere il duopolio velina/casalinga ce ne sono a bizzeffe: basta cambiare marcia, cominciare a dire dei no e, sopratttuto, usare di più il “noi” (leggi: imparare a fare lobby).

anna 11 aprile 2010 alle 12:19

E’ errato ritenere che sia stato l’ Economist a creare il termine “womenomics” e ad elaborarne la relativa teoria quando, il 12 aprile 2006, dalle sue pagine titola: “L’ importanza del genere. Dimenticate la Cina, l’ India e Internet: la crescita economica è trainata dalle donne” .
L’ Economist, non fece altro che riprendere la teoria elaborata nel 1999 da Kathy Matsui, Hiromi Suzuki e Yoko Ushio, analisti di Goldman Sachs Japan.
Anna Paglialunga Borrello

Leave a Comment

Previous post:

Next post: